Dopo la sconfitta, ancora più alta la bandiera dei diritti

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Il Parlamento nato dal voto vede una forte presenza delle destre e dei movimenti populisti che tenteranno di mettere in discussione le conquiste di questi anni

 Ho sempre pensato che non si può far finta di niente. Nel bene come nel male.

Il voto del 4 marzo ci consegna una profonda riflessione sul presente, ma anche e soprattutto sul futuro del nostro Paese. E anche del nostro partito. Le urne hanno disegnato un’Italia ripiegata su se stessa, impaurita, demoralizzata ma allo stesso tempo illusa da populismi e derive di destre egoiste e xenofobe.

Il Parlamento ne esce trasfigurato, la nostra forza pesantemente ridimensionata. Nonostante questo – ed anzi traendo slancio da questa prova – siamo chiamati a continuare a vigilare, tenendo alta la bandiera dei diritti, per provare a rendere questa notte, che è appena iniziata, la più breve possibile. Penso a persone e realtà particolarmente vicine al mio cuore: i bambini arcobaleno ancora senza diritti, le persone gay, lesbiche e trans a rischio di violenza. Queste persone e queste famiglie, alle quali troppo timidamente abbiamo parlato – anche nel nostro programma elettorale – da oggi hanno ancora più bisogno di noi.

La strada, pur tra le mille difficoltà che ci attendono, è molto chiara, ed è ancora quella che molti di noi hanno indicato con nettezza: matrimonio egualitario, riforma della legge sulle adozioni, riconoscimento della responsabilità genitoriale alla nascita, legge contro l’omotransfobia, strumenti giuridici e culturali di educazione al rispetto delle differenze.

Basta dire: ma il Pd ha governato bene, peccato che non sia stato capito? Assolutamente no. È vero che in questi cinque anni abbiamo fatto tante cose buone, spesso con un grande sforzo parlamentare, e i risultati sono (o avrebbero dovuto essere) tangibili.

Ma è altrettanto vero che – giusto per fare qualche esempio – abbiamo stabilizzato 100 mila insegnanti precari, ma il mondo della scuola comunque ci critica; abbiamo avviato la ripresa, la crescita economica, industriale e occupazionale ma la percezione è che comunque non sia stato fatto nulla. Il flusso degli sbarchi è notevolmente diminuito ma il tema dell’immigrazione viene vissuto come un elemento drammatico.

Gli esempi potrebbero continuare, ma il significato non cambia: non abbiamo saputo ascoltare e capire quello che il Paese ci diceva, né tantomeno spiegare quello che di buono siamo riusciti a fare.

È necessario quindi tornare a guardare da più vicino la vita quotidiana delle persone, i loro bisogni, con umiltà e senza arroganza. E a guidarci devono essere, nel solco della Costituzione, libertà, uguaglianza, e solidarietà. Tenere insieme questi principi è la strada giusta per un Pd che ha bisogno di ritrovare se stesso e il suo popolo, un popolo che sono convinta tuttora esista perché l’ho visto, incontrato, abbracciato, in questi anni in giro per l’Italia.

È da qui che dobbiamo ripartire, da libertà e eguaglianza, perché i diritti sociali e quelli civili, quando marciano insieme, costruiscono il progresso di una società, perché è questo il mandato di una forza riformista, laica e di sinistra. Questa è stata la legislatura dei diritti, con risultati mai raggiunti da nessun altro governo: dalle unioni civili, al dopo di noi, dal biotestamento al delitto di tortura, dalla difesa delle donne e degli orfani di femminicidio alle norme contro il caporalato, questa è la strada sulla quale bisogna proseguire, nonostante i numeri, nonostante tutto, con la coerenza e la libertà intellettuale di chi crede nei propri valori e nei propri obiettivi.

Sui diritti non si può arretrare ma solo progredire, migliorare, aggiungere tasselli di uguaglianza li dove ancora ne mancano. 
Il Parlamento nato dal voto vede una forte presenza delle destre e dei movimenti populisti che tenteranno di mettere in discussione le conquiste di questi anni, nostro compito è quindi quello di difendere i diritti delle persone, di lottare contro le discriminazioni e le disuguaglianze. 
Forse i cittadini hanno pensato di punire un Pd, troppo spesso risultato vittima dei potentati locali e delle consorterie autoreferenziali. Ma sappiamo che il Partito democratico non è questo: è una comunità di donne e uomini che sanno parlarsi perché hanno uno sguardo comune sul futuro.

È indispensabile ora lavorare a un Pd aperto, inclusivo e capace di ascoltare e di proporre. Ripartiamo da qui, ripartiamo da noi. Da ciò che siamo.

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